Emotional intelligence

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Chi di voi ha mai sentito parlare di “intelligenza emozionale?

L’emotional intelligence è l’abilità di monitorare le proprie emozioni e quelle delle altre persone, guidando in questo modo il proprio pensiero e il proprio comportamento.

Essa rappresenta una delle cartteristiche più importanti per un leader o per un manager e aiuta le persone coinvolte nel processo di recruiting e di sviluppo del personale a decidere chi assumere o chi promuovere.

Le origini del termine emotional intelligence risalgono agli anni 30, dagli studi del ricercatore Edward Thorndike. Egli coniò il termine social intelligence, ovvero la capacità di rapportarsi con gli altri. Il primo però ad utilizzare il termine intelligenza emozionale fu Wayne Payne nel 1985, nella tesi di dottorato.

Essa può essere vista come:

  • l’abilità di una persona di raccogliere informazioni emozionali e di utilizzarle per muoversi nel contesto sociale di riferimento;
  • oppure può essere considerata come una capacità innata, tipica di un determinato individuo;
  • oppure la combinazione delle prime due definizioni.

Negli anni 70 Howard Gardner dimostrò l’esistenza di diverse tipologie di intelligenza. C’è chi è bravo in matematica, chi con la musica e chi invece è bravo con le parole. L’intelligenza emozionale è una delle tante intelligenze che fanno parte dell’ampio ventaglio a disposizione dell’uomo. Come precisato in precedenza, essa rappresenta inoltre uno degli elementi più importanti per un leader all’interno di un’organizzazione. Un buon manager, infatti, deve essere in grado di percepire le emozioni del proprio team e deve essere capace di adattare i suoi messaggi e il suo stile di interazione in base ad esse. Ma essere emozionalmente intelligente non significa solo questo; significa anche essere consapevoli dei propri punti di forza e dei propri punti di debolezza.

I modelli più popolari di emotional intelligence sono i seguenti:

  1.  Self-awareness: l’abilità di riconoscere e comprendere le emozioni personali e il loro effetto sugli altri;
  2. Self-regulation: l’abilità di controllare gli impulsi e di riflettere prima di agire;
  3. Internal motivation: la passione per il lavoro derivante da una ragione profonda e interna che va al di là dei soldi e dello status;
  4. Empathy: l’abilità di mettersi nei panni degli altri;
  5. Social skills: la capacità di costruire relazioni e rapporti con le altre persone.

Il problema dell’emotional intelligence è che, per sua natura, risulta difficilmente misurabile. Tutti vorremmo definirci emozionalmente intelligenti, ma non lo siamo! Dei questionari anonimi o delle sessioni di coaching di gruppo potrebbero aiutare a farci capire se possediamo o meno le capacità/abilità elencate precedentemente. Il feedback che riceviamo dagli altri è in effetti il miglior modo per capire fino in fondo come siamo noi stessi. Inoltre, non bisogna commettere l’errore di pensare che l’intelligenza emozionale possa essere utilizzata per manipolare gli altri. Se un leader ha una forte comprensione del modo in cui il suo stile possa avere un effetto sugli altri, questo non può essere utilizzato per portare quest’ultimi a compiere qualcosa che non intendono fare. Il confine fra abilità e manipolazione è davvero sottile; l’importante è non superarlo mai.

Per concludere, esistono dei questionari che possono misurare la nostra intelligenza emozionale. L’EQ-I è un report ideato da Reuven Bar-On e aiuta a misurare alcune competenze tra cui la consapevolezza, la tolleranza allo stress e il problem solving. Un altro utile strumento è l’Emotional Competence Inventory, basato sui ratings forniti dai colleghi su un range di competenze emozionali.

Non abbiate paura di conoscere meglio voi stessi e di confrontarvi con gli altri per crescere e migliorare!

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